CAPITOLO 1: Norman e il colloquio di lavoro

La prima volta che parlai con Norman Scarpascio eravamo in attesa di entrare a fare un colloquio di lavoro presso la sede centrale della SPDPA — Società per la Digitalizzazione della Pubblica Amministrazione — per l’ambitissimo posto di “Esperto specializzato in esternalizzazione e sburocratizzazione dei processi”.

Eravamo seduti in una sala d’attesa arredata in pieno gusto anni ‘90, con divani e mobilio in finto ciliegio che sembravano oggetti di scena di una soap opera messicana. Ricordo che Norman provò ad appoggiare la schiena alla poltroncina; questa emise una serie di rumori sinistri a ogni minimo movimento e, al sentire un distinto crack strutturale, lui si guardò intorno terrorizzato, sperando che nessuno avesse notato l’imbarazzante cedimento. L’atmosfera che si respirava era a metà tra la normale preoccupazione che precede l’estrazione di un dente premorale, la tensione di un mattino di metà ottobre degli inizi del 1800 in Prussia con un moschetto in mano, e la più totale rassegnazione a una condanna capitale per impiccagione.

Norman, nel disperato tentativo di smorzare l’angoscia dell’attesa, si voltò verso di me e accennò in un fievole sibilo:

— Questa è proprio una grande occasione..

Risposi sorridendo e annuendo con la testa. Lui, non sapendo più cosa fare, prese a fissare le riviste ammucchiate al centro del tavolino che trattavano gli argomenti più disparati: botanica per dilettanti, gossip da quattro soldi, geopolitica sudamericana e l’immancabile quotidiano cristiano-cattolico. Dopo qualche secondo di calcolo mentale, tornò alla carica:

— È un posto di grande responsabilità, dicono.

A chiusura tombale del discorso.

La SPDPA era una colossale azienda nata per regio decreto nel 1898, passata indenne attraverso due guerre mondiali, il colera e Mike Bongiorno, diventando nella seconda metà del XX secolo l’Hub centrale per i sistemi elettronici e informatici di tutta la cosa pubblica. Oggi l’azienda, prima in Italia nel suo settore, annovera tra i suoi clienti le maggiori aziende del Paese (anch’esse tutte rigorosamente partecipate statali), un barbiere di Milano Due e un fruttivendolo abusivo in Via Trebisonda 81. La compartecipazione statale blinda l’88% delle quote azionarie; il restante è equamente diviso tra la Camorra e un pensionato settantenne di La California, in provincia di Livorno, caduto dieci anni prima in una spietata trappola di telemarketing telefonico.

L’annuncio di lavoro, d’altronde, parlava chiaro: “Cercasi esperto per la gestione e la semplificazione dei processi aziendali della PA. Requisiti: dieci anni di esperienza nel settore, Laurea Magistrale (LM-31 o equivalente), dottorato di ricerca su tematiche attinenti, almeno due missioni spaziali certificate oltre la stratosfera, meno di venticinque anni di età, bella presenza”. Sulla paga e sulle modalità contrattuali, il vuoto assoluto. Per Norman, in ogni caso, il più grande scoglio insormontabile restava quello della bella presenza.

Inaspettatamente, nonostante il suo curriculum fosse deficitario del 90% delle caratteristiche richieste, il dott. ing. Scarposcio fu convocato per il colloquio.

Entrando nello studio del capo delle Risorse Umane, si veniva immediatamente investiti da un’atmosfera da foto stock di un sito B2B: tre iMac da ventisette pollici di ultima generazione (spenti), magic mouse, magic keyboard, due iPad usati come sottobicchieri e tutta una sequela di piante esotiche e bonsai agonizzanti. L’HR manager stava parlando al telefono ridendo di gusto, collegato con le sue cuffie senza fili, mentre fissava il vuoto oltre la finestra. Con la mano destra, però, stringeva un mouse con la pallina collegato a uno schermo a tubo catodico con Windows XP, giochicchiava trascinando cartelle vuote emettendo i classici suoni striduli e fastidiosi del sistema operativo vintage.

— Sì certo, senza dubbio quella è stata un’ottima scelta per noi — disse l’HR nel microfono — Ma ora ti devo lasciare che entra il dottor… fammi leggere… Scarpiscio, per il colloquio.

Norman, che aveva scostato la porta chiedendo permesso con uno sguardo umile in cerca di assenso, accennò un sorriso e si avvicinò a una sedia futuristica di plastica trasparente messa di fronte alla scrivania. Giorni dopo si scoprì che l‘ottima scelta in questione non riguardava una strategia di mercato, bensì la Trattoria da Gianni Lo Zozzo, visitata poco prima in pausa pranzo dal manager e dalla cerchia ristretta dei suoi adepti.

L’HR manager lanciò il mouse come in una partita a Pong e incrociò le dita, puntando lo sguardo sul candidato.

— Allora, sig. Scorpascio, mi dica: perché dovrei assumerla?

Norman si schiarì la voce, stringendo le mani sulle ginocchia.

— Ecco… io vorrei mettermi in gioco, mettermi al servizio della transizione… dimostrare il mio valore in un ruolo di forte responsabilità…

Il manager sollevò un sopracciglio, visibilmente annoiato, scorrendo il foglio con un dito.

— Sì, va bene, ok, le solite cose… Ma l’esperienza sul campo? Qui non vedo nulla sui flussi di archiviazione, sull’utilizzo di nuove tecnologie o sull’automatizzazione dei processi.

— Ho fatto un master su questo, lavoro da due anni… — balbettò Norman, sprofondando nella sedia.

L’HR scosse la testa con finta drammaticità, battendo rumorosamente dei numeri a caso nella sua calcolatrice a nastro prebellica.

— Eh, caro il mio Scurpiscio, noi cerchiamo giovani volenterosi con il fuoco dentro, ma ormai le vostre generazioni non sono più avvezze al sacrificio. Volete tutto, subito.

Il manager pronunciò la sentenza con severità, caratteristica ereditata dai genitori, entrambi notai. Concluse il colloquio stringendo con un certo disgusto la mano di Norman:

 Le faremo sapere. Forse.

Norman uscì da quella stanza convinto di aver fatto del suo meglio per fare una buona impressione, ma che probabilmente quel ruolo era troppo alto per le sue capacità. Si rassegnò all’idea di dover accantonare per sempre il sogno di un’offerta nel pubblico; un paradiso che avrebbe portato con sé ogni tipo di comfort: contributi, ferie, assoluta impossibilità fisica e giuridica di essere licenziato, paga ai limiti della fame biologica e la totale assenza di premialità per l’impegno o il merito.

Dopotutto, fino a quel momento, la migliore occasione lavorativa avuta da Norman nel settore privato era stata un contratto della durata di due mesi, con un rimborso spese totale di 340 euro lordi e un orario contrattuale di trenta minuti al giorno. Nella realtà, Norman lavorava sedici ore filate al giorno, senza pause. Al momento del rinnovo, si era permesso di chiedere un orario più umano o una paga minimamente dignitosa per il dominio eukaryota, ma per tutta risposta era stato prontamente fatto precipitare nella botola dei precari. Riuscì a fuggire dopo tre giorni di prigionia senza pane né acqua, strisciando nei condotti dell’aria.

Giorni dopo, invece, accadde l’imponderabile. Norman ricevette una raccomandata A/R scritta a mano su pergamena, trasmessa e recitata solennemente da un messo a cavallo, che gli comunicava di essere stato assunto e che, nel pomeriggio, poteva passare a firmare il nuovo contratto a tempo indeterminato.

Quello che segue fu l’esatto ordine della serie di fortunati eventi che portò l’esimio ing. Scarpascio a entrare nei ranghi della SPDPA.

Il posto, in realtà, era già stato assegnato alla nipote del ben più noto politico sassarese Scapasciu. Ma, in un interessante avvicendamento burocratico, nel momento in cui il nostro manager delle risorse umane dovette comunicare il nome dell’eletta al suo più vicino adepto, fu colto da un episodio di lieve dislessia da masticazione di fruittella, pronunciando chiaramente: “Scarpasciu”.

L’adepto, che in quel preciso istante era totalmente assorbito da un’impegnativa partita a Free Cell, digitò distrattamente le lettere S-C-A-R nel suo prestante PC dotato di processore Pentium P5 (vera chicca archeologica). Il sistema di completamento automatico propose immediatamente, dopo 406 secondi, il profilo di Norman. L’impiegato cliccò “Invio” e spedì la comunicazione ufficiale senza verificare.

Il giorno della firma del contratto, il capo delle risorse umane era assente, occupato in un cruciale e inderogabile viaggio di lavoro in Thailandia. A far firmare Norman fu un galoppino qualsiasi che, passando di lì, aveva trovato lo studio vuoto e si era sbracato sulla poltrona per fare un pisolino in tranquillità; temendo di essere scoperto, fece finta di nulla e portò avanti diligentemente la pratica di assunzione.

Al ritorno il manager non poté fare nulla sul licenziamento, temendo azioni dai sindacati, che come sempre erano pronti a banchettare sul suo cadavere. Con il politicante sassarese, invece, si giustificò dicendo che il nuovo assunto aveva un curriculum ben più importante «Beh sa, lui è di Cagliari».

Norman al momento di apporre la firma, incredulo, scoppiò in lacrime e abbracciò il galoppino in un impeto di incontrollabile, disperata gioia.

Uscì dalla sede centrale della SPDPA. Il sole splendeva alto nel cielo, l’aria profumava di idrocarburi. Quello fu, senza ombra di dubbio, il giorno più bello della sua vita.

Continua a leggere