CAPITOLO 0: Norman e il concorso pubblico

La prima volta che vidi Norman Scarpascio fu a un concorso pubblico per una posizione amministrativa di categoria C al Comune. Il sogno ambito di una vita, la realizzazione definitiva, l’arrivo terapeutico della scalata sociale.

Si presentò davanti alla commissione con il solito sguardo basso, le spalle insaccate e balbettando il proprio nome e cognome, quasi nell’atto di chiedere scusa all’universo per il solo fatto di occupare una porzione di spazio aereo. Arrivò per primo, andò via per ultimo. Più tardi, in un momento di tragica lucidità, mi confessò che per evitare di commettere l’errore fatale di arrivare in ritardo, si era accampato in sacco a pelo davanti all’entrata della struttura la notte prima, subendo il furto delle scarpe da parte di una banda di procioni.

La struttura era una vecchia stazione termale risalente all’epoca fascista, orgogliosa memoria muraria ormai in pseudo-disuso. Pseudo perché sulla carta risultava un’eccellenza attiva e funzionante; in pratica tutte le piscine erano crateri di cemento vuoti, le strumentazioni totalmente assenti — a parte una monumentale stampante ad aghi del 2001 che emetteva fumi tossici — e l’unica attività praticata sporadicamente era una sorta di risveglio muscolare all’aperto dedicato esclusivamente a malcapitate comitive di vecchiardi, raggirate da agenzie di viaggio clandestine. Tutto questo teatro veniva tenuto in piedi al solo scopo di intercettare i finanziamenti statali e mantenere vivi quei tre o quattro posti di lavoro tanto cari a pochi eletti. Sulla sorgente termale vagavano le leggende più disparate: si diceva che nel 1956 Papa Pio XII in persona vi avesse fatto visita per benedire le acque, o che Berlusconi vi organizzasse i suoi migliori festini di fine stagione, ma nessuno poteva affermare con certezza di aver mai fatto un aerosol lì.

Il luogo dell’esame era un lugubre casermone pieno di polvere e calcinacci che, a intervalli regolari di sei minuti, si staccavano dal tetto ferendo mortalmente uno o più candidati. Il caldo all’interno era insostenibile. Alcuni periti termotecnici paragonarono poi la prova a una gara di Formula 1 a Singapore: i più fortunati persero circa quattro chili di liquidi in quarantacinque minuti di esame.

Ad ogni modo il sig. Scorpascio, firmato il classico foglio di scarico responsabilità dove dichiarava, tra le altre cose, di essere un fermo amico dello Stato di Israele, di non aver mai simpatizzato per la Francia ai mondiali e di voler donare l’otto per mille alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, prese posto. Era pronto come non mai ad affrontare il test e artigliare l’ambita posizione.

Nonostante una preparazione certosina e mnemonica sugli argomenti richiesti, durante la notte Norman aveva escogitato ogni tipo di diabolico marchingegno per fottere il sistema del test a risposta multipla.

Nell’ordine:

  • Un collegamento satellitare diretto con una spia nordcoreana che riusciva a leggere da Pyongyang il testo d’esame catturato da una microcamera termica posizionata nella montatura degli occhiali di Norman.
  • Una serie infinita di pizzini millimetrici organizzati sul petto in indici alfabetici e per autore.
  • L’amico Franco, iscrittosi al concorso con il solo e unico scopo di fornire assistenza remota via WhatsApp al suo nuovo fiammante smartwatch.

La proporzione era biblica: 4377 candidati per 2 posti. La commissione esaminatrice aveva vagliato due sole alternative per sfoltire la calca: un combattimento all’arma bianca stile Hunger Games o le domande a risposta multipla. Vinse 4 contro 3 la seconda opzione. Le risposte corrette vennero estratte a sorte da un concorrente volontario scelto a caso tra il pubblico, il quale, per una miracolosa ironia della sorte, risultò essere il cugino di primo grado del presidente della commissione.

Ma il peggio non tardò ad arrivare. Le domande non erano difficili in sé; chiunque dotato di pollice opponibile avrebbe potuto formulare la risposta corretta nella propria testa. Il problema erano le opzioni, paragonabili nello stile al migliore dei quesiti referendari: ogni risposta era un intricato rebus di doppie negazioni, ossimori e periodi ipotetici del terzo tipo. Tutte le risposte, come il famoso gatto nella scatola, potevano essere contemporaneamente corrette o sbagliate, a seconda dell’umore dell’esaminatore.

Il tempo a disposizione era di 45 minuti. Norman, già dal secondo minuto, iniziò a sudare copiosamente dalla fronte un liquido viscoso e acido.

Il collasso del piano fu istantaneo: la microcamera degli occhiali si appannò per l’umidità, provocando per errore il lancio di tre testate atomiche su Seul da parte della spia nel panico; i pizzini sul petto, investiti dall’alluvione di sudore, si sciolsero accumulandosi sulla camicia e formando però un’apprezzabile scultura d’arte moderna astratta (che poche ore più tardi venne sequestrata e battuta all’asta da Sotheby’s per 568.000,00 €); l’amico Franco cercò di memorizzare le prime tre domande per andare in bagno e cercare le soluzioni su Google, ma al minuto nove, appena sollevatosi da i ‘banco, fu prontamente atterrato e prelevato forzosamente da un gruppo di paracadutisti della SWAT in assetto da guerra.

Al minuto 25 iniziarono le prime allucinazioni visive. Norman, convinto di trovarsi nello studio televisivo di Chi vuol essere milionario, alzò la mano e chiese all’Avvocato Terzetti, membro anziano della commissione, di poter attivare l’opzione del “50:50” per la domanda numero 17. Ricevette in risposta un faldone del catasto del 1984 sulla tempia destra.

Al minuto 37 la consapevolezza che anche questo tentativo fosse andato in malora prese il sopravvento. Fino a quel momento il dottor Scurpascio era riuscito a rispondere soltanto a 7 domande. Fu allora che, in un moto di disperata e orgogliosa ribellione verso il sistema corrotto, decise di compilare le restanti risposte totalmente a caso, seguendo lo schema metrico ABCCBA, tipico dei sonetti del Petrarca.

Giorni dopo, uscite le graduatorie ufficiali sul portale del Comune (reso accessibile solo tra le 3:00 e le 3:05 del mattino), Norman venne a sapere di essersi classificato 5° su 589 candidati (gli unici rimasti in vita al termine della prova). Davanti a lui, ai primi quattro posti, si erano posizionati nell’ordine: il cugino, il nonno, il vicino di casa e la prozia novantenne del noto membro della commissione.

La beffa finale fu scientifica: si scoprì che l’astuta commissione, per evitare fughe di notizie, aveva utilizzato un sofisticatissimo metodo di crittografia militare russa per distribuire le risposte corrette sui fogli. Algoritmo che, per una spaventosa convergenza astrale, si rivelò esattamente identico al ABCCBA. Il dottor Scarposcio era andato a un millimetro dalla gloria, a condannarlo per sempre solo quelle prime sette risposte, le uniche che aveva tentato di dare usando l’intelletto.

Continua a leggere